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Rieti in età moderna finì per scontare la mancata evoluzione da città mercantile a città finanziaria, probabilmente causata dalla pressante necessità di bonificare la piana per aumentare sensibilmente le aree coltivabili e per ridurre, nel contempo, il peso dell'allevamento nell'economia cittadina. Un primo tentativo fu compiuto dal Sangallo tra 1545 e 1546, con lo scavo della cosiddetta cava Paolina, proseguito anche nel 1547, dopo la sua morte, ma senza molti risultati. Miglior esito sullo scorcio del secolo ebbe il progetto di Giovanni Fontana, caldeggiato da papa Clemente VIII e dai grandi proprietari terrieri dell'agro reatino. I lavori furono appaltati inizialmente per 43.500 scudi, equivalenti a 1.258 kg di argento fino, con i costi che lievitarono poi fin quasi al doppio, ma, appena iniziati, crearono subito non poche proteste a Roma per la piena disastrosa del dicembre 1598. Anche se l'opera di bonifica del Fontana non fu integrale, una buona parte della conca fu ridotta a coltura, ma il rapporto tra uomini, terre ed acque non raggiunse un equilibrio stabile se non negli anni '30 di questo secolo con la creazione di nuove opere di bonifica. La persistenza per tutta l'età moderna nelle aree comprese nel regno napoletano di strutture fortemente feudalizzate, pur con i tentativi modernizzatori avviati da Margherita d'Austria nelle terre a lei infeudate, e la favorevole congiuntura che aveva generato notevoli fortune armentizie precipuamente in Leonessa, Amatrice ed Accumoli, non ne consentì uno sviluppo organico. Nel resto della Sabina si consolidò il dominio delle grandi famiglie baronali come gli Orsini, i Savelli, i Colonna, i Barberini, i Borghese, questi ultimi fortemente impiantati lungo la valle del Turano. Nel Settecento nell'area tiberina, con il Tevere rimasto ancora canale privilegiato per i traffici commerciali, le principali esportazioni riguardavano olio, vino e legname, mentre un ruolo importante ebbe il marmo di Cottanello, utilizzato a partire dal 1650 per 44 colonne nella basilica di s. Pietro a Roma, città nella quale ebbe poi ampia diffusione. Alla fine del Settecento la Sabina era una delle province più povere dello stato pontificio, con forti spinte all'emigrazione. Dopo la parentesi della repubblica romana, si cercò di ridare slancio all'economia della Sabina per mezzo della concessione di particolari facilitazioni ed esenzioni senza ottenere peraltro troppi risultati. Alla fine dell'ancien règime, Rieti fu annessa al dipartimento del Clitunno, poi al dipartimento del Tevere. Nel luglio del 1816, la Sabina, divenuta delegazione di terza classe, al momento della restaurazione fu ripartita nei governi distrettuali di Rieti, capoluogo della provincia, e di Poggio Mirteto. Anche la topografia religiosa fu ridisegnata, con l'estinzione dello stato farfense. Con l'unità d'Italia Rieti e la Sabina furono aggregate alla provincia di Perugia. Un momento questo di grandi fermenti, di forti confronti sociali, di vasti fenomeni emigratori, di profondi mutamenti innescatisi nelle strutture economiche della Sabina, che non riuscirono, peraltro, a far uscire la regione dalla sua marginalità, mentre il Cicolano, inserito nell'Abruzzo aquilano, che appariva socialmente ed economicamente maggiormente arretrato, fu percorso da violente fiammate di insorgenza contro il nuovo stato. Nel 1923 il circondario di Rieti venne scorporato dall'Umbria ed aggregato alla provincia di Roma, un provvedimento che rispondeva ad una certa razionalità. Questo processo di riaggregazione e di ricomposizione di una antica identità storica ebbe termine nel 1927 con la creazione della provincia di Rieti, alla quale venne aggiunto anche il circondario di Cittaducale, nell'ambito di una più ampia caratterizzazione ideologico-politica dei rapporti tra Roma e Lazio, dando vita all'attuale assetto territoriale.
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