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Questo momento di ampie e profonde trasformazioni del tessuto sociale ed economico di gran parte dell'Europa fu marcato dalla grande diffusione del monachesimo, in provincia di Rieti rappresentato principalmente dall'abbazia di Farfa, che assunse un ruolo con connotazioni ben precise. Nella Langobardia, infatti, le grandi abbazie, come Farfa, che vantavano un patrimonio fondiario ed un prestigio ben superiore a quello degli episcopi, furono investite anche di funzioni politiche. I re ed i duchi longobardi non raggiunsero mai una concordia salda e continuativa con il papa e con i vescovi e, in Sabina, la frizione non si allentò mai, tanto che l'abbazia di Farfa finì per costituire un ostacolo insormontabile all'espansione del patrimonio di s. Pietro lungo la riva sinistra del Tevere per tutto il periodo longobardo. Dall'VIII secolo il subentrare della documentazione farfense consente di seguire più da presso il modificarsi delle strutture insediative e l'affermarsi di un nuovo modo di sfruttamento del suolo. Un paesaggio agrario dominato da grandi patrimoni fiscali, già intaccati ed inframmezzati però da allodi coltivati da piccoli possessori, a dimostrare la difficoltà e le incertezze nell'individuare le forme più adatte alla gestione delle nuove unità fondiarie che si stavano formando. Al momento della conquista franca, il sistema curtense importato d'Oltralpe non mancò di trovare un substrato già predisposto ad accettare il nuovo modello di gestione dei grandi patrimoni fondiari, organizzato intorno alle curtes, aziende agrarie di una certa complessità appartenenti ad enti religiosi o a laici potenti, con al centro un nucleo terriero, normalmente abbastanza compatto, gestito direttamente dal proprietario attraverso l'utilizzazione di servi e contornato da una nebulosa di casae coloniciae, piccole aziende destinate principalmente alla riconquista dell'incolto gestite al contrario in modo più autonomo da coloni liberi od anche da servi liberati o meno, i quali, oltre a versare un canone annuo normalmente in natura, fisso o parziario, erano obbligati a contribuire alla coltivazione delle terre padronali attraverso una serie di prestazioni d'opera, misurate in giornate lavorative, che venivano richieste nei periodi di maggiore intensità delle attività agricole, come la vendemmia, la semina, la fienagione, la mietitura. La richiesta pressante esercitata dai pontefici sui re longobardi per vedere restituita la Sabina, o meglio il patrimonium Sabinense, al papato si avviò a conclusione nel 781. Papa Adriano I, rievocando sia titoli di possesso antichi, conservati presso lo scrinium lateranense, sia promesse recenti compiute da Carlomagno nel 774 di concedere a s. Pietro l'intero patrimonio della Sabina per la preparazione delle lampade sacre e per il sostentamento dei poveri, e pressando da vicino il re franco, riuscì ad ottenere la restituzione del patrimonio sabino, ben al di là delle aspettative. La terminazione tra Sabina pontificia e Reatino fu molto complessa e costellata da aspri contrasti con i ceti dirigenti longobardi reatini che si vedevano privati in un sol colpo di tutti i beni fondiari che possedevano nell'area tiberina, con un grave contraccolpo sul piano economico. Anche la diocesi reatina finì per essere amputata del territorio della diocesi di Cures e delle zone che aveva eroso anche alla diocesi foronovana. In tal modo quella che doveva essere una semplice restituzione di beni patrimoniali finì per determinare la definizione di un confine lineare, ben delimitato e certo, tra la diocesi di Forum Novum, ampiamente ingrandita territorialmente, e quella di Rieti, fortemente penalizzata. Parallelamente alla forte perdita di peso di Rieti, si intensificò l'attività riorganizzatrice dei potenti monasteri benedettini, come Farfa e s. Salvatore Maggiore, che innescò abbastanza precocemente processi di riaggregazione del popolamento in forme concentrate, attraverso la creazione di villaggi. Un processo che fu interrotto, o forse meglio rallentato, dalla crisi dell'impero carolingio. Un crollo che coinvolse rapidamente anche le strutture periferiche, soverchiate dalle incursioni saracene, non causa, ma effetto della crisi generata dal clima di generale sfaldamento della funzione pubblica e di graduale dissolvimento del potere centrale.
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