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04/09/2004


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La storia della Provincia di Rieti
La Romanizzazione della Sabina

Una svolta traumatica si ebbe anche in Sabina nel 290 a.C., quando il console Manio Curio Dentato, con una rapidissima campagna militare, la conquistò nella sua interezza ed in modo definitivo, inserendola stabilmente nel nuovo ordinamento che il nascente stato romano stava delineando nella sua fase di massima espansione sui territori dell'Italia centrale.

Nello stesso anno della conquista fu concessa ai sabini la cittadinanza senza diritto al voto (sine suffragio), che nel 268 a.C. si trasformò nel pieno diritto al voto (optimo iure) e perciò stesso con l'inserimento nelle strutture politiche e sociali del nascente stato romano.

La romanizzazione della Sabina ne mutò ovviamente ed a fondo le strutture economiche e le forme insediative.

Alcuni dei centri preromani, come Cures Sabini, Reate e Trebula Mutuesca, nei pressi di Monteleone Sabino, mantennero, pur nella mutata situazione, il loro ruolo, trasformati in municipi, i nuovi poli di gravitazione del territorio.

Metamorfosi simile anche lungo la vallata del Salto, dove Cliternia, nei pressi dell'attuale Capradosso, e Nersae, vicino Pescorocchiano, probabilmente antichi vici equi, finirono per svolgere un ruolo pressoché identico.

Nelle aree nelle quali invece i mutamenti furono più consistenti o la maglia del popolamento era più rada furono creati nel tempo centri nuovi, come Forum Novum, l'odierno Vescovio, lungo la valle dell'Aia e non lontano dal Tevere.

Un quadro molto articolato e complesso, specchio fedele della specificità della Sabina, nella quale finirono per coesistere tanto la strutturazione paganicovicana, caratteristica del mondo italico, quanto il nuovo modello di organizzazione agraria, la villa rustica a conduzione schiavistica.

All'indomani della romanizzazione fu avviata, secondo la tradizione dallo stesso Manio Curio Dentato, una grande opera di bonifica della conca reatina per mezzo dello scavo di un canale alle Marmore.

Una bonifica certamente non integrale, ma che dovette comunque prosciugare una parte notevole dell'area paludosa e ridurre fortemente la superficie dell'originario lacus Velinus, frammentato in specchi d'acqua minori e con le terre prosciugate suddivise in parcelle disposte a raggiera intorno ai laghi superstiti.

Una operazione di grande complessità, sia concettuale sia esecutiva, alla quale, oltre agli scopi puramente economici, non dovettero essere estranei schemi mentali fortemente ideologizzati, che tendevano a rappresentare i romani non soltanto come vincitori del nemico, ma anche dell'ambiente.

I piccoli municipi sabini ed equicoli, tranne in parte Rieti cinta da una dignitosa cerchia muraria, non ebbero in età romana caratteristiche di «dignità urbana».

Piccoli agglomerati di edifici pubblici, il foro, qualche tempio, le terme, un teatro ed un anfiteatro, prevalenti sull'area abitata.

Unica parziale eccezione quella di Trebula Mutuesca, il cui paesaggio urbano assunse nel II secolo d.C. una connotazione parzialmente monumentale, non tanto in connessione con un fiorire economico dell'area, quanto piuttosto con il desiderio della potente famiglia dei Brutti Praesentes e di Laberia Crispina, figlia del console M. Laberius Massimus, moglie del console C. Bruttius Praesens e patrona del municipio, di mostrare la compiuta ascesa sociale.

Paradigmatica in proposito anche la grande villa familiare che sorgeva alle pendici meridionali di Monte Calvo, nei pressi di Osteria Nuova, "sterrata" nel secolo scorso e che ha restituito un eccezionale complesso di statue, integre od in frammenti, in gran parte finite a Copenaghen presso la Ny Carlsberg Glypthotek.

La grande innovazione nel paesaggio agrario della Sabina tiberina, a partire dal II secolo a.C., fu l'abbandono degli antichi nuclei abitati e la costruzione di imponenti ville rustiche che ne mutarono la fisionomia territoriale.

L'economia delle ville rustiche in Sabina, si fondò su tre basi ben definite: la conduzione schiavistica, la produzione di derrate alimentari, principalmente vino ed olio, destinate al grande mercato, e sull'allevamento di volatili, tordi in particolare, e la presenza di una via d'acqua di grande rilevanza come il Tevere.

Nella Sabina reatina, un processo simile, senza assumere però le stesse dimensioni dell'area tiberina, si sviluppò, probabilmente a cavaliere tra II e I secolo a.C., nella piana bonificata intorno alla città con la fondazione di vici, di villae rusticae e di piccole fattorie dipendenti.

Lungo la valle del Velino, a ridosso della Salaria, sorsero alcune villae di grande imponenza e con suggestive scenografie dominate dalle acque nella pars urbana, tra le quali le così dette ville di Vespasiano e di Tito.

Del resto che personaggi della famiglia imperiale o ad essa legati frequentassero la Sabina prima dell'ascesa dei Flavi è ampiamente dimostrato dal cosiddetto tesoro di Petescia, oggi Turania, eccezionale collezione di oggetti preziosi degli inizi del I secolo d.C., ritrovato in circostanze mai ben chiarite nel secolo scorso ed esposto nei Staatliche Museen Preussicher Kulturbesitz, Antichenmuseum di Berlino.

In queste aree interne e montuose un rilevante peso economico ebbero la pastorizia transumante orizzontalmente e verticalmente, l'allevamento di cavalli, di muli e di asini, questi ultimi celeberrimi.

Particolarmente apprezzate erano anche le piccole lumache bianche di Rieti.

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