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Le prime incursioni dei saraceni in provincia di Rieti sono attestate nel febbraio dell'877, quando, attraversato furtivamente l'Aniene, essi erano penetrati nella Sabina e nelle aree circostanti, dando avvio ad una sistematica campagna di saccheggio e di uccisioni. La stessa abbazia di Farfa fu assediata, presa ed incendiata agli inizi dell'898 secondo uno schema che in Sabina e nel Reatino venne collaudato e ripetuto più volte. Da s. Salvatore Maggiore a s. Angelo in Gualdo nel Cicolano. Da s. Maria di Canetra e s. Silvestro in Falacrine lungo la valle del Velino alla cattedrale di Sabina a Forum Novum lungo la valle del Tevere. Anche Rieti, unico centro demico di una certa rilevanza nell'area, fu investito, preso e saccheggiato. Gli arabi, che avevano devastato la dorsale appenninica, si insediarono saldamente nel Cicolano, dove crearono basi stabili, punti di accentramento e di successivo trasferimento verso la costa tirrenica degli schiavi catturati e delle ricchezze predate. Una reazione militare peraltro non tardò a manifestarsi. Sabini e reatini, riorganizzatisi al comando del reatino Takeprandus, attaccarono e sconfissero definitivamente i saraceni nei pressi dell'antico insediamento sabino di Trebula Mutuesca, probabilmente nei primissimi mesi del 915. Nella primavera del 942 fu la volta degli ungari a penetrare in Sabina. Dopo la sconfitta subita a Roma fuori porta s. Giovanni, le bande ungariche si ritirarono dirigendosi alla volta di Rieti, dove furono affrontate dalle truppe locali, comandate dal comes Giuseppe, Langobardo prudens, che inflissero loro una ulteriore pesante sconfitta, uccidendone e catturandone molti. Da questo periodo, pur mantenendo ancora caratteri comuni, la Sabina ed il Reatino iniziarono a differenziarsi. In Sabina l'abbazia di Farfa scontò la grande frammentazione dei suoi possessi e l'eccessiva vicinanza con Roma con lo scisma che per tutto il X secolo tripartì i suoi possedimenti, erosi in Sabina in particolare dalla famiglia dei Crescenzi, conti di Sabina e grandi incastellatori della zona. Nel contempo sempre maggior autorevolezza veniva conquistando la diocesi di Forum Novum, detta ora di Sabina, avendo assunto l'antico titolo di quella curense, e divenuta, dalla seconda metà del XII secolo, suburbicaria, affidata quindi al governo di un cardinale-vescovo ed utilizzata, a partire almeno dal XII secolo al modificarsi delle funzioni prettamente liturgico-assistenziali, per attribuire rendite e dignità a personaggi impegnati di norma in importanti incarichi di curia e pertanto non molto interessati alla gestione diretta degli affari della diocesi. Fatto questo che aveva consentito ai pontefici di estendere precocemente e progressivamente il loro dominio all'interno del territorio diocesano attraverso una maglia sempre più fitta di castra specialia controllati direttamente che finì per soffocare i possessi farfensi lungo la fascia tiberina settentrionale. A Rieti invece il sacco saraceno aveva messo in evidenza la crisi dei gruppi dirigenti locali cristallizzati ed incapaci di dare slancio alla società locale, con il paesaggio urbano ormai ampiamente degradato e con la romana "città di pietra" divenuta una "città di legno", anche se le mura ed altre costruzioni antiche modellavano ancora lo spazio urbano, malgrado la loro riutilizzazione ed i mutamenti di funzione subiti, prima delle grandi trasformazioni del secondo millennio cristiano. Il X secolo segnò dunque a Rieti l'accresciuta influenza del vescovo ed il declino del potere civile che accentuò la frantumazione o comunque il progressivo slittamento degli schemi urbanistici precedenti, tanto che il palazzo comitale si spostò verso la cattedrale, insediandosi nella platea de medio, nel tentativo di incrinare il vincolo sempre più saldo che univa la città al suo pastore in una sorta di binomio inscindibile. Anche Farfa venne lentamente estromessa dal governo della città con i suoi vasti possessi usurpati dal vescovo e dai suoi fideles ed i suoi interessi confinati e ristretti nella sola chiesa suburbana di s. Michele Arcangelo foris pontem fractum. Un processo egemonico che fu completato tra XI e XII secolo.
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