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Pittura Un aspetto eccezionalmente importante del patrimonio artistico di Rieti e della Sabina è rappresentato dalle splendide oreficerie sacre costituite, per la maggior parte, da Croci processionali argentee ovvero di rame o di argento dorato, egregiamente lavorate a sbalzo e a bulino. Le più antiche pitture medioevali della Sabina giunte fino a noi sono gli affreschi del sec. IX-X nella Cripta di S. Maria in Vescovio e quelli nel vano a piano terreno della Torre campanaria dell'Abbazia di Farfa, ma talmente malconci da rendere estremamente difficile una valutazione stilistica. Ben conservato invece è l'affresco della fine del secolo XII rappresentante il Salvatore benedicente con gli Apostoli ed altri Santi recentemente tornato alla luce nella Chiesa di S. Cataldo a Cottanello. La qualità stilistica lo rivela opera d'un artista paesano che risente della cultura pittorica romana ma legato anche a quella abruzzese. Più tardi, le poche opere della seconda metà del Duecento, diverse per caratteri stilistici, sovente deperite o ridipinte, e, per lo più, di tono paesano, non consentono di giungere a conclusioni generali nei loro confronti. Alcune, quali la pittura murale della Chiesa di S. Domenico a Rieti e la tavola della Chiesa della SS. Annunziata a Cossito dell'Amatrice rappresentanti la Vergine in trono col Bambino, appartengono ad artisti di cultura umbro laziale. La pittura più interessante è, comunque, la tavola del S. Nicola di Scandriglia, d'un Maestro forse pugliese. Più ricco di opere è il panorama della pittura trecentesca e quattrocentesca, troppo vario per poter essere efficacemente sintetizzato. Comunque a Rieti tennero il campo pittori laziali, umbri, senesi, umbro senesi e umbro marchigiani, come gli autori degli affreschi della Chiesa della Foresta col Salvatore benedicente e Santi, S. Ludovico di Tolosa e Storie della Vergine, gli autori della Madonna col Bambino tra Santi nella Chiesa di S. Agostino e delle Storie di Abramo nella Chiesa di S. Francesco, come Luca di Tomè, che firmò il polittico già in S. Domenico ed ora al Museo Civico, e il pittore delle Storie della Maddalena nella suddetta Chiesa. Tra tutti merita una speciale menzione il buon Maestro delle Storie di S. Francesco nel coro della Chiesa omonima, che si ispira, liberamente, al ciclo giottesco della Basilica Superiore di S. Francesco in Assisi. Nella Sabina meridionale operarono pittori locali d'immagini votive influenzati da Maestri senesi e fiorentini, per esempio: gli autori del Seppellimento di Cristo e del Trionfo della Morte nella Chiesa di S. Paolo a Poggio Mirteto e della Crocifissione nella Chiesa di S. Maria del Colle a Ponticelli.
In quest'ultima si vedono anche avanzi di affreschi di Scuola Laziale con reminiscenze cavalliniane che conducono il discorso all'importantissimo ciclo di affreschi del primo Trecento nella Chiesa di S. Maria in Vescovio. Tali affreschi rappresentano Fatti del Vecchio e del Nuovo Testamento e il Giudizio Universale.
In essi possiamo notare come si evidenzia e risalti una cultura stilistica eclettica che associa, ai caratteri cavalliniani e a una raffinata sensibilità cromatica, la conoscenza dell'iconografia bizantina e dell'Asia Minore, legami coi contemporanei pittori toscani e suggestioni gotiche ancora vaghe e incerte. Le contrade più settentrionali dell'alta Sabina sono invece raggiunte da pittori marchigiani formatisi nella cerchia dei Maestri che dipinsero nella Chiesa di S. Nicola a Tolentino, come dimostra l'affresco rappresentante l'Albero di Jesse nel coro della Chiesa di S. Francesco all'Amatrice, ma sono anche, e naturalmente, aperte a pittori umbri, forse eugubini, di cultura seneseggiante; a quella corrente infatti appartiene l'autore del grande Giudizio Universale affrescato nella Chiesa anzidetta, con caratteri iconografici che ci riconducono a Taddeo di Bartolo.
Nella prima metà del Quattrocento giunge a Fonte Colombo di Rieti l'altarolo del veneziano Zannino di Pietro e operano nella Sabina meridionale artisti viterbesi della cerchia di Antonio da Viterbo, come il pittore del Salvatore benedicente della Cattedrale di Magliano Sabino e l'altro della Madonna in trono col Bambino di Forano, ma prevalgono Maestri formatisi nell'ambiente umbro dominato da Ottaviano Nelli e, tra essi, spicca Pietro Colaberti da Piperno, l'amabile e gustoso frescante delle Storie di S. Caterina di Alessandria nella Chiesina di Roccantica dedicata alla Santa (1430), dal quale derivano alcuni pittori locali come Giacomo da Roccantica e Giacomo da Santo Polo, attivi nella Chiesa di S. Pietro a Montebuono e in quella di S. Maria Assunta a Fianello (1450-51). Pittori marchigiani della cerchia fabrianese e camerinese operano, contemporaneamente, nella Chiesa di S. Francesco all'Amatrice accanto a qualche seguace paesano di Gentile da Fabriano e agli ingenui artisti locali che affrescano le pareti della Chiesa di S. Maria «extra moenia», del vicino Battistero di S. Giovanni ad Antrodoco e della Chiesa di S. Maria a Capradosso. Essi cercano di esprimere, con accenti dialettali, il cortese linguaggio tardogotico. Un pittore poi formatosi verosimilmente in Umbria, Liberato da Rieti, ci è noto per opere in Rieti e a Soffèna in Toscana. In detta città, rappresentano la Crocifissione e la Strage degli lnnocenti(1441). Egli si esprime con linguaggio riecheggiante, quello di Gentile e del Nelli, e suggestionato da caratteri rinascimentali. Nella seconda metà del secolo, a Rieti e in Sabina compare Antonazzo Romano (1464) e vi tiene il campo coadiuvato dal figlio Marcantonio e da altri collaboratori che continuano a svolgere la loro attività anche nei primi lustri del Cinquecento. I piccoli pittori locali operano in una sfera marginale, quasi in sordina, e tra essi spicca un ignoto e rozzo reatino che ha lasciato i suoi affreschi con caratteri umbro antonazzeschi nel Battistero della Cattedrale, a S. Domenico, a S. Eusanio e a S. Francesco. Il raffinato Biagio d'Antonio, dal canto suo, rappresenta la cultura pittorica rinascimentale fiorentina mentre un pittore paesano, in un dipinto nella Chiesa della Fraternita a Toffia, testimonia, come può, la diffusione dei modi perugineschi. Nell'alta Sabina, soprattutto all'Amatrice, gli umili pittori umbri d'immagini votive operosi nei primi decenni della seconda metà del Quattrocento sono ben presto soppiantati da maestri marchigiani più valenti.
Nel 1480 Pier Paolo da Fermo affresca l'abside di S. Maria della Filetta facendo sfoggio d'una sensibilità assimilatrice che gli consente di associare alla sua originale cultura di formazione tardogotica forse di gusto veneto, accenti fiorentini, crivelleschi e melozziani; nell'ultimo decennio del secolo un pittore che chiamono il «Maestro della Madonna della Misericordia», formatosi nella cerchia ascolana dei Crivelli e di Pietro Alamanno, lavora, coi suoi allievi ed aiuti, nelle Chiese di S. Agostino all'Amatrice, di S. Maria della Filetta, di S. Maria delle Grazie a Retrosi, seguito dall'amatriciano Dionisio Cappelli. Le opere più tarde di questo giunte sino a noi appartengono al 1511 ed egli estende la sua sfera di attività fino a Borgovelino. Nel sec. XVI, in Sabina meridionale e a Rieti, soggiornarono saltuariamente, dal 1521 al 1561, i fratelli Lorenzo e Bartolomeo Torresani e compaiono, nel 1521, il calvese Rinaldo lacobetti e nel 1524 il siciliano Giacomo Santoro. Tutti si formano in Umbria tenendosi soprattutto vicini a Giovanni Spagna, ma i primi due, oriundi di Verona, nelle opere mature, e in specie nei Giudizi Universali di S. Pietro Martire a Rieti e di S. Maria di Legarano a Casperia, si ispirano ecletticamente, se pur con rudezza provinciale, all'Angelico e al Signorelli d'Orvieto, a Michelangelo e a Raffaello. Ad essi subentrano pittori manieristi di varia provenienza e formazione quali i reatini Tarquinio e Panfilo Carnassali, l'aquilano Tobia Cicchini, il temano Giovar Francesco Enrichi, il veneto Giovanni Andrea Toretti, il pesarese Giovan Giacomo Pandolfi, il messinese Cesare Tuppi, l'ignoto frescante, forse umbro, della Chiesa di S. Giovanni Battista a Rocca Ranieri, il sabino Ascanio Manenti. Nel secolo XVII molti ignoti pittori non ancora sufficientemente studiati, e in grar parte operanti a Roma, lavorano per le Chiese e conventi della Sabina mentre altri Maestri forestieri più distinti, quali Giovan Francesco Romanelli e Lattanzio Niccoli, e Maestri insigni come Giovanni Lanfranco, l'Orbetto, il problematico caravaggesco di S. Rufo e Andrea Sacchi lasciano le loro opere a Rieti e in Sabina. A Roma, contemporaneamente, si formano quei pittori Sabini come l'orviniese Vincenzo Manenti, il montesangiovannese Giulio Bianchi, i reatini Carlo Cesi, Salvatore Tarchi o Tarco, Antonio Gherardi, Filippo Zucchetti, Giuseppe Viscardi e Girolamo Troppa di Rocchette., che esaudiscono le molte richieste di committenti reatini e sabini nei secoli XVI e XVIII. Ricorderemo anche pittori settecenteschi forestieri quali Emanuele Alfani, Andrea Casali e Girolamo Pesci e, tra gli accademici ottocenteschi, il bellunese Pietro Paoletti e i reatini Nicola Consòni e Giuseppe Ferrari. Non possiamo concludere questa sommaria rassegna sulla pittura senza ricordare i due più famosi pittori reatini contemporanei: Antonino Calcagnodoro (1935), dalla facile e pronta vena assimilatrice anche se alquanto discontinua, e Arduino Angelucci, autore di affreschi e di mosaici a Roma, a Palermo, in Palazzi e al Cimitero di Rieti, d'uno stilizzato, personalissimo rigore formale e compositivo modernamente e liberamente ispirato alla più nobile tradizione della pittura italiana primitiva. | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||