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Farfa Tuttavia il visitatore che non abbia molto tempo disponibile, raggiungerà direttamente (Km. 2,5 c.) l'insigne Abbazia di S. Maria di Farfa che si annuncia da lontano coi profili del campanile e di un torrione medioevale. Il cenobio venne fondato, secondo la tradizione, da S. Lorenzo Siro nel secolo VI, per diffondere il Vangelo e il culto della Madre di Dio, e l'apostolato fervente dei primi monaci riaccese la fede, non solo delle popolazioni sabine, ma delle genti delle contrade umbre, marchigiane e abruzzesi e favorì le pie donazioni, tanto che i possessi erano già cospicui allorché gli invasori Longobardi assalirono e distrussero la Basilica e gli edifici monastici. Nel secolo VII, un prete savoiardo che viveva in Gerusalemme, ebbe la visione della Vergine che lo esortava a venire in Italia e a recarsi in Sabina ove avrebbe trovato una Basilica a Lei dedicata su un colle chiamato Acuziano sormontato da tre cipressi. Il pio sacerdote obbedì, riedificò il sacro edificio e cominciò la costruzione di un nuovo monastero. Egli era S. Tommaso di Morienna, secondo fondatore di Farfa. Dopo la sua morte, la comunità monastica prosperò rapidamente seguendo la Regola di S. Benedetto e l'Abbazia si arricchì di un vastissimo patrimonio di terre, in seguito ai lasciti e alle donazioni di moltissimi devoti, ed esercitò una vera e propria giurisdizione feudale su molti castelli, paesi e villaggi della Sabina. Le incursioni dei Saraceni nel secolo IX la devastarono e ne desolarono i possedimenti ma, dopo la sconfitta dei predoni infedeli nella battaglia del Garigliano, l'Abate Ratfredo ne intraprese la ricostruzione e i successori si batterono tenacemente per riscattarne le terre usurpate, spianando il cammino al grande Abate Ugo I sotto il quale l'Abbazia visse il suo periodo più splendido. Favorita e protetta dagli Imperatori a cominciare da Carlo Magno, essa si schierò dalla loro parte durante la lotta per le investiture, accolse con grande solennità Enrico IV e si fregiò, superbamente del titolo di «Abbazia Imperiale». I suoi monaci contribuirono validamente alla bonifica delle terre incolte, all'incremento dell'agricoltura, alla rinascita degli studii. Nel corso dei secoli crebbe intorno all’Abbazia un fiorente villaggio di artigiani e di contadini che ospitò, durante tutto il medioevo, i mercanti che accorrevano d'ogni dove alle sue celeberrime Fiere. Tuttavia la crescente potenza delle grandi casate baronali romane e la loro irresistibile spinta espansionistica nel Lazio e nella Sabina, nonché la politica accentratrice della Santa Sede, cominciarono a sgretolarne i domini territoriali e a determinarne la decadenza, favorita anche dal rilassamento morale dei monaci. Perciò, al principio del secolo XV, l'Abbazia venne ridotta a Commenda e affidata al governo di Abati Commendatarii che furono sempre Cardinali. Nella seconda metà del secolo passato cessò di esistere con le leggi di soppressione delle corporazioni religiose, ma i Benedettini vi tornarono prima del Concordato (1921). La fisionomia architettonica dell'Abbazia è, nel suo complesso, relativamente recente. La CHIESA ABBAZIALE risale alla seconda metà del secolo XV ed è preceduta da un cortile al quale si accede per un portale romanico duecentesco con aggiunte gotiche firmato da un Maestro Anselmo (se ne veda l'autoritratto). Esso è sormontato da una lunetta decorata da un affresco del principio del Quattrocento di un seguace di Gentile da Fabriano, rappresentante la Madonna col Bambino tra due Santi. Sulla facciata del sacro edificio è notevole il portale elegante, fregiato dello stemma ursineo e ornato di un affresco cinquecentesco nella lunetta. Nel tessuto murario sono inseriti frammenti di sarcofago paleocristiano. L'interno basilicale, a tre navate divise da due filari di eleganti colonne joniche, è decorato da un grande, drammatico affresco del 1561 rappresentante il Giudizio Universale, dipinto sulla parete interna della facciata dal pittore fiammingo Hendrik van der Broek. Altri affreschi dei secoli XVI e XVII, rappresentanti Storie della Vergine, Santi e Storie Bibliche decorano l'abside e le navate minori. Uno stupendo soffitto ligneo a cassettoni quattrocentesco, intagliato a motivi ornamentali e a rosoni messi a oro e azzurro, copre la navata maggiore e agli Altari delle Cappelle delle navate minori si trovano buone tele seicentesche. Tra esse, spicca quella rappresentante la Crocifissione, copia da Francesco Trevisani, nella prima Cappella a destra. Nella Cappella successiva, nel Tabernacolo si custodisce un'antica e venerata immagine della Vergine. Si vedono poi sul pavimento, avanzi di mosaico cosmatesco con una firma mutila: «Magister Ram...», ma resti più interessanti, di più antichi edifici sacri e della cinta delle mura di difesa, sono recentemente tornati alla luce presso la porta della Basilica, nel transetto e nell'abside (Altare carolingio Arcosolio di Altperto). Infine, nella Sacrestia, si trovava una statua quattrocentesca della Madonna col Bambino attribuita ad arte tedesca. Ma ora è al Museo abbaziale. Nei locali attigui alla Sacrestia e in alcuni ambienti dei piani superiori, sono stati rimessi in evidenza avanzi di architetture e pitture che si suppongono appartenenti alla Basilica risorta dopo la parziale distruzione dei Saraceni. Notevoli alcune ampie arcate a tutto sesto, alcuni Santi del secolo XIV dipinti nei loro intradossi e frammenti di altri affreschi del secolo XV. Quest'ultimi, di più alta qualità, furono staccati e si trovano, ora, al Museo Abbaziale al pian terreno, al quale si accede dal cosiddetto Chiostro Imperiale. Notevolissime sono poi la cripta semianulare dei secoli VII-VIII e la torre campanaria superstite dei secoli IX-XI, che esternamente è stata risanata dai danni posteriori. Alla sua base si trova un vano quadrato, con avanzi di ruderi romani. Esso è tutto istoriato di resti di affreschi, assai deperiti, ma interessanti, di Scuola Romana, dei secoli IX e Xl, rappresentanti Storie Bibliche e l'Ascensione. A fianco delle scale conducenti ad alcune stanze superiori e addossate alla detta Torre, si possono vedere le tracce del partito architettonico delle sue facce, originariamente esterne, ad archi ciechi su lesene, con motivi ornamentali in cotto (recentemente è stata rimessa in luce e restaurata la “Tribuna Quadrata”. Essa, come la parte inferiore della torre campanaria, risale al secolo IX). In una delle stanze suddette infine, notevoli alcuni Profeti quattrocenteschi affrescati in un sottarco. Poi, per un portale a punte di diamante, si può passare nella Biblioteca ove si trovano alcuni pregevoli ed antichi Codici. Una tela del primo Cinquecento rappresentante la Vergine col Bambino ed un Angelo e due tavole opistografe di un tardo quattrocentista seguace paesano di Antonazzo, rispettivamente rappresentanti: S. Lorenzo Siro e S. Benedetto, S. Tommaso di Morienna e S. Placido, sono nel Museo abbaziale, ricco di pitture e sculture di età romana, altomedievale, rinascimentale e barocca. I visitatori che dispongono di tempo, possono completare la visita chiedendo di essere accompagnati al Chiostrino così detto Longobardo e al Chiostro grande. Del primo rimangono pochi avanzi con caratteri stilistici romanici del secolo XIII; nel secondo sono raccolte sculture ed epigrafi romane. Tuttavia la scultura più bella è il sarcofago romano, del III secolo d.C. e con scena di battaglia, collocato all'ingresso della cripta semianulare. Vi erano anche le parti superstiti di un ciborio trecentesco con bassorilievi. Sono state ricostruite nella tribuna della Basilica. Si esce dal villaggio che circonda l'Abbazia di Farfa discendendo nella valle del torrente omonimo e si piega a destra (Km. 2,8) sulla strada che, passando accanto al pittoresco paesino di Bocchignano, conduce a Poggio Mirteto (Km. 5 c.a.).
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